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"LIBERERÒ LE DONNE"

Fotografia Malalai Kakar

Il burqa lo indossava solo per necessità di lavoro. Quando si infiltrava sotto copertura nelle case dove sospettava ci fossero donne vittime di violenze e sopraffazioni. Ma nelle interviste alle tv - e ne aveva fatte parecchie, perché era probabilmente la donna afghana più famosa - Malalai Kakar mostrava il volto con orgoglio. Un orgoglio tutto pashtun. Kakar è una delle tribù più antiche potenti e onorate del Sud dell’Afghanistan, e Malalai veniva da una famiglia (o meglio clan) con grandi tradizioni militari. Il padre e i fratelli erano poliziotti nel Paese prima dei taleban e lei, nata nel 1967, era andata a scuola ai tempi del re Zahir Shah e nei primi anni della repubblica quando, almeno nelle grandi città, anche la bambine potevano studiare, alcune fino alle superiori. Poi, fatto inusuale anche prima del taleban, aveva frequentato il corso per divenire poliziotta, una delle prime: era stata arruolata nel 1988.
L’arrivo al potere degli studenti coranici, nel 1996, l’aveva costretta la lasciare il Paese, come altri tre milioni di profughi. Era tornata subito dopo la caduta del regime islamico, alla fine del 2001. E subito, la prima fra le donne, si era arruolata nella nuova polizia afghana: sul fronte, nel difficilissimo tentativo di ripristinare l’autorità di uno Stato laico nel profondo Sud del Paese, la culla dei taleban. Due anni fa, come massimo atto di sfida, aveva assunto la direzione del Dipartimento crimini contro le donne di Kandahar.
Malalai Kakar è stata uccisa ieri mattina, davanti casa sua. Era era appena salita in auto per raggiungere il suo ufficio. Un commando ha aperto il fuoco: Kakar è stata colpita alla testa ed è morta sul colpo. Uno dei suoi sei figli è rimasto gravemente ferito. Un paio d’ore dopo l’assassinio è stato rivendicato dai taleban: «Abbiamo ucciso Malalai Kakar. Era un nostro bersaglio e con successo abbiamo eliminato il bersaglio», ha detto un portavoce, Yousuf Ahmadi. Non era un bersaglio facile, Malalai Kakar. Quattro anni fa un altro gruppo di fuoco aveva provato ad assassinarla, per strada. L’avevano mancata al primo colpo, lei aveva risposto al fuoco e ucciso tre dei killer, con tre colpi di pistola a distanza ravvicinata. L’episodio che la rese celebre, anche in Occidente. In un’intervista del 2004 alla Bbc, rivelò di indossare il burqa durante il lavoro: una sua scelta, nessuno l’aveva forzata a farlo, e in molte occasioni si era rivelato utile durante le perquisizioni.
«Ricordo di quella volta che scoprii una donna e sua figlia incatenati al letto - raccontava nell’intervista -. La donna era vedova e i familiari l’avevano passata in moglie al cognato, che però l’aveva legata al letto per dieci giorni a pane e acqua. L’ho liberata e ho liberato molte donne dalla schiavitù dei loro uomini. Per questo le donne che mi amano e mi fanno sentire forte contro le minacce di morte». L’intervista era stata ripresa più volta dal canale di Stato afghano. Un specie di manifesto, di dichiarazione di indipendenza delle donne afghane.
Qualche risultato è stato ottenuto. Nelle ultime elezioni ha votato il 40 per cento delle donne. Ma nel Sud la realtà è molto diversa: la scuola, per le bambine, è praticamente inesistente; continuano le fustigazioni pubbliche, le minacce di morte agli insegnanti che lavorano nei rari istituti per ragazze. Secondo una stima dell’Unicef, l’80 per cento delle bambine tra i 7 e i 12 anni, non frequenta le lezioni, tra i maschi al percentuale è del 40. Nel Sud solo il 20 per cento delle donne ha votato. In Uruzgan, remota provincia nell’Afghanistan centrale, la percentuale non ha superato il 2.
Far valere i diritti delle donne, come voleva Malalai Kakar, in quelle province equivale a spostare le montagne. E vivere con una condanna a morte che pende sulla testa. Le poliziotte afghane, poche decine, sono braccate come e più dei colleghi maschi. Lo scorso giugno, nella provincia di Herat, quella dei militari italiani, un altro gruppo di guerriglieri, in motocicletta, ha ucciso a raffiche di kalashnikov l’ufficiale Bibi Hoor, 26 anni. Negli ultimi sei mesi, secondo i dati del ministero degli Interni, 750 poliziotti sono morti in scontri a fuoco con i taleban, saltati in aria sulle mine di strada, dilaniati da attacchi suicidi. Nei primi otto mesi, invece, le perdite tra le forze occidentali (l’Isaf a guida Nato e prevalentemente europea, e la tutta americana Enduring Freedom) sono quasi duecento, quindici al mese. Sono in arrivo rinforzi francesi, britannici e soprattutto americani, ottomila uomini. L’Isaf è destinata a raggiungere le 55 mila unità, più circa i 25 mila americani di Enduring Freedom. L’esercito nazionale afghano dovrebbe arrivare a 120 mila uomini nel 2010, il doppio di adesso, e anche le forze di polizia sono destinate crescere di almeno il 50 per cento. Ma difficilmente troveranno qualcuno in grado di sostituire Malalai Kakar.

GIORDANO STABILE

 www.lastampa.it

 

 






29 settembre 2008

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